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inserito in Diritto&Diritti nel marzo 2002

Corte Dei Conti - Sezione Giurisdizionale Per La Regione Lazio Sentenza del 27 febbraio 2001 n. 983/2001/R Sezione Giurisdizionale Per La Regione Lazio Presidente : V. Bisogno - Relatore : S. Librandi

 

***

FATTO

Con atto di citazione del 17 marzo 2000, il Procuratore Regionale della Corte dei Conti presso la Sezione Giurisdizionale per la Regione Lazio in Roma, ha convenuto in giudizio, davanti a questa Sezione giurisdizionale i signori:

1. - Gennaro M., professore associato, in servizio presso il reparto ostetrico, sezione ginecologica del Policlinico XX dell’Università degli Studi di Roma, II^ clinica ostetrica e ginecologica;

2.- Fabrizio DG., assistente, in servizio presso il reparto ostetrico, sezione ginecologica del policlinico XX dell’Università degli Studi di Roma, II^ clinica ostetrica e ginecologica;

3. - Luciano M., medico, specializzando presso la seconda clinica ostetrica e ginecologica dell’Università degli Studi di Roma "La Sapienza";

4. - Giulio R., medico, in servizio presso il reparto ostetrico, sezione ginecologica del Policlinico XX dell’Università degli Studi di Roma, II^ clinica ostetrica e ginecologica;

5. - Antonio V., medico, in servizio presso il reparto ostetrico, sezione ginecologica del Policlinico XX dell’Università degli Studi di Roma, II^ clinica ostetrica e ginecologica;

6.- Emilio P., medico, in servizio presso il reparto ostetrico, sezione ginecologica del Policlinico XX dell’Università degli Studi di Roma, II^ clinica ostetrica e ginecologica, per sentirli condannare in parti uguali, salvo la minor misura che intenderà applicare nei confronti del dott. M., al pagamento in favore dell’erario – beneficiario il Comune di Roma – della somma complessiva di lire 3.497.336.627 (tremiliardiquattrocentonovantasetttemilionitrecentotrentaseimilasei-centoventisettelire) oltre rivalutazione monetaria, interessi legali e spese di giudizio.

Espone parte attrice la vicenda connessa alle gravi lesioni riportate dal nascituro C.F. di M. e di F. F. e alle responsabilità, per "imperito e imprudente comportamento", dei sanitari che assistettero il 13 marzo 1984 al ricovero e al parto della signora F. F., presso la clinica ostetrica dell’Università degli Studi di Roma, Policlinico XX.

Al riguardo, va precisato che il Tribunale civile di Roma, Sezione IV, con sentenza n. 9794 in data 7.5. – 21.6.1993, ha, fra l’altro, condannato il Comune di Roma "a corrispondere : a C. M. e F. F., in qualità di esercenti la potestà sul minore C.F. ed in solido tra loro, la somma di lire 2.500.000.000 oltre interessi legali dalla pubblicazione della sentenza; a C. M. e F. F., in proprio e in solido tra loro, la somma di lire 300.000.000 oltre interessi legali dalla pubblicazione della sentenza; a C. M., in proprio, la somma di lire 155.000.000, oltre interessi legali dalla pubblicazione della sentenza; a F. F., in proprio, la somma di lire 270.000.000, oltre interessi legali dalla pubblicazione della sentenza nonché "a rifondere a C. M. e F. F. le spese di lite comprensive di quelle di C.T.U. liquidate in complessive lire 60.000.000".

Tale sentenza n. 9794/1993, appellata dal Comune di Roma con atto in data 2.11.1993, è stata confermata dalla Corte di Appello di Roma, con sentenza del 16.7.1997, n. 2564, divenendo, poi, non più impugnabile ai sensi dell’articolo 324 c.p.c..

L’avvocatura del Comune di Roma nel frattempo, preso atto che la sentenza di primo grado era divenuta esecutiva, ha provveduto ad emanare la disposizione dirigenziale n. 39 del 1.12.1994 per il pagamento ai coniugi C. della somma di lire 3.497.336.627 ed a corrispondere agli avvocati B. e P. la somma di lire 8.339.685 e di lire 7.051.785 liquidate rispettivamente in data 6.3.1998 ed il 6.11.1997, come dagli atti di precetto seguiti alla sentenza della Corte di Appello citata n. 2564/97 (cfr. nota 1.8.1999, n. 37479 dell’Avvocatura e i documenti ivi richiamati ed allegati).

Il Procuratore Regionale ha, altresì, evidenziato che il Tribunale civile di Roma ha giudicato la situazione prospettata sotto i profili: a) della responsabilità dei sanitari; b) della legittimazione passiva del Comune di Roma; c) delle ragioni e dell’ammontare del risarcimento del danno.

Dagli atti è emerso che la signora F. F. è stata ricoverata alle ore 2,00 del 13.3.1984 presso la clinica ostetrica dell’Università degli Studi di Roma "La Sapienza".

Alle ore 3,30 è stata sottoposta a visita da parte dell’ostetrico di turno che ha diagnosticato "una dilatazione del collo dell’utero di 5 cm. e la rottura spontanea delle membrane; il battito cardiaco fetale è percepito ed il liquido amniotico scarso, è fortemente tinto di meconio".

Alle ore 6,30, personale medico diverso da quello presente al primo controllo esegue un nuovo esame "diagnosticando una dilatazione del collo dell’utero di 6-7 cm., con bordi spessi con la parte cefalica del feto presentata tendente all’impegno: il travaglio è scarso, e, soprattutto il liquido amniotico risulta chiaro"; vengono somministrati i seguenti farmaci " fargan atropinico e syntocinon per flebo" nonché eseguiti ulteriori controlli alle ore 8,00; 8,30 e 9,00.

Alle ore 10,30 i medici decidono di intervenire, dapprima tentando una estrazione del feto mediante applicazione di forcipe ed infine, previa accertamento della ripresa del battito cardiaco fetale, eseguendo un taglio cesareo, che ha portato alla nascita del piccolo F., il quale presenta subito palesi segni di sofferenza per asfissia prenatale, derivandone al medesimo danni biologici gravissimi, irreversibili e precisamente: "cecità, mutismo, immobilismo, incapacità di autoalimentarsi e di controllo delle funzioni fisiologiche, assenza di attività intellettiva".

In tale situazione, il Tribunale di Roma ha stabilito che:

1.- al momento del ricovero della signora F. F. non è stata effettuata alcuna anamnesi ostetrica, in tal modo precludendosi i medici la conoscenza che già in occasione di un parto precedente (1977) era stato necessario applicare alla stessa gestante forcipe a causa sempre di mancata progressione della parte presentata, cioè di sostanziale incapacità del soggetto a provvedere da solo all’espulsione del feto, correttamente presentatosi in posizione cefalica;

2.- alla prima visita delle 3,30, pur essendosi constatato che il liquido amniotico era fortemente tinto di meconio, di per sé indice presuntivo di estrema gravità in ordine alla sofferenza del feto, non è stato fatto assolutamente nulla;

3.- il liquido amniotico riscontrato chiaro alla seconda visita delle 6,30, "non trova spiegazione se non nella verosimile superficialità dell’esame";

4.- fra la prima e la seconda visita il battito cardiaco del feto è stato ascoltato in via empirica, "mentre proprio l’ accertata presenza del meconio avrebbe quanto meno imposto la continua registrazione elettronica dell’attività cardiaca del feto";

5,- la somministrazione dei farmaci è stata tardiva perché, vista la presenza di meconio, si sarebbe dovuta effettuare già al momento della prima visita;

6.- del tutto inutile, oltre che lesivo dell’integrità fisica della partoriente – rottura del segmento inferiore dell’utero – si è rivelato il tentativo di procedere all’estrazione del feto mediante applicazione del forcipe "dal momento che i sanitari avrebbero dovuto comprendere che la somministrazione di farmaci non aveva avuto l’effetto sperato e che quindi, sussistevano serie e gravi difficoltà per la nascita del concepito per via naturale".

Il Tribunale civile di Roma, richiamando quanto la normativa civilistica detta in ordine alle responsabilità del prestatore d’opera intellettuale, ha concluso affermando che la responsabilità dei medici del Policlinico XX di Roma, è certa e non seriamente contestabile sotto alcun profilo e che sono stati ignorati i problemi di specifica difficoltà che il parto in questione comportava.

Con riferimento alla articolazione del risarcimento dei danni, negli importi indicati, il Tribunale ha tenuto presente: l’estensione e la irreversibilità delle lesioni riportate dal piccolo Fabrizio, la cui vita è risultata tanto compromessa da doversi piuttosto "assimilare alla morte del soggetto"; il conseguente pregiudizio morale direttamente ed immediatamente ricadente su entrambi i genitori; la compromessa vita di relazione di questi ultimi e i notevoli danni patrimoniali dagli stessi subiti come il costo dell’assistenza sanitaria e alla persona per tutto il periodo della vita, macchinari per le quotidiane esigenze.

In tale situazione la Procura Regionale, ha ritenuto di ravvisare nel comportamento dei medici che assistettero al parto della signora F. F. grave colpevolezza ed ha formulato "invito a dedurre" in data 27.4.1999 notificandolo a M. Gennaro, DG. Fabrizio, V. Giuliana e M. Luciano, inclusi nel turno di guardia diurna che iniziava alle 9,00 circa del predetto 13 marzo 1984, chiamandoli a rispondere "del danno erariale indiretto di lire 3.512.728.097, più rivalutazione monetaria ed interessi legali, pari all’ammontare complessivamente gravato sulle casse del Comune di Roma.

Le deduzioni pervenute da parte di tutti gli invitati, hanno introdotto una serie di nuovi elementi di conoscenza sull’intera vicenda medico-sanitaria in argomento, tali da rendere necessario un supplemento di istruttoria per cui si è resa indispensabile una istanza di proroga al fine di emanare l’atto di citazione, proroga che è stata concessa in ulteriori 120 giorni da questa Sezione, con ordinanza n. 0190/99/P, adottata nella Camera di Consiglio del 29 novembre 1999.

Nell’ulteriore istruttoria è stato trasmesso l’invito a dedurre in data 25 ottobre 1999, notificandolo a R. Giulio, V. Antonio e P. Maria Grazia, quest’ultima inclusa per un errore di informazione al posto di Emilio P., invitato a dedurre con atto del 23 dicembre 1999.

I dottori R., V. e P. hanno fatto parte del turno di guardia notturno, immediatamente precedente a quello composto da M., DG., V. e M.; i primi in servizio al ricovero della signora F. F. e precisamente dalle ore 2,00 del 13.3.1984, i secondi in servizio dalle ore 9,00 e quindi anche al momento del parto avvenuto alle ore 10.30 dello stesso giorno (13.3.1984).

A seguito dell’invito a dedurre, tutti gli interessati hanno fatto pervenire le deduzioni alla Procura regionale con memoria del 15 settembre 2000.

Con memoria del 15 settembre 2000, il difensore di Gennaro M., si è riportato alla consulenza di parte redatta dal dott. Gaetano F. e depositata il 3 ottobre 2000; inoltre, ha eccepito, tra l’altro, il difetto di giurisdizione e la prescrizione.

Nel merito ha affermato che non sussiste alcuna responsabilità addebitabile al convenuto.

Ha, altresì, chiesto nel caso di condanna del convenuto l’applicazione del potere riduttivo.

In via istruttoria ha chiesto una nuova perizia medica al riguardo.

Con memoria depositata il 15 settembre 2000, il difensore del dott. Fabrizio DG., ha depositato un parere di parte reso dal prof. Natale Mario DL. in data 13 settembre 2000 ed ha conclusivamente chiesto in via principale di respingere ogni avversa domanda in quanto infondata in fatto e in diritto e comunque prescritta.

In via subordinata di fare largo uso del potere riduttivo, escludendo, in ogni caso, il cumulo tra rivalutazione monetaria e interessi legali.

In via istruttoria ha chiesto di ordinare al Comune di Roma l’esibizione, ex articolo 210 c.p.c., del mandato di pagamento a mezzo del quale è stato dato adempimento alla sentenza di condanna del Tribunale civile di Roma n. 9794 nonché di ordinare all’Azienda Sanitaria Policlinico XX, l’esibizione del certificato comprovante lo stato di servizio e la qualifica del Prof. Gennaro M. alla data del 13.3.1984.

Con memoria depositata il 12 luglio 2000, il difensore del dott. Luciano M. ha eccepito il difetto di giurisdizione, la prescrizione della pretesa della Procura Regionale ed il difetto di legittimazione passiva.

Nel merito ha chiesto l’assoluzione del convenuto dalla domanda attrice.

Con memoria depositata in data 15 settembre 2000, il difensore di Antonio V. e Giulio R., ha depositato una relazione di consulenza di parte del prof. Lucio Z. ed ha conclusivamente eccepito il difetto di giurisdizione e la prescrizione dell’azione esercitata dalla Procura Regionale; ha chiesto, altresì, che venga dichiarata improcedibile ed inammissibile la domanda in questione e nel merito che i convenuti V. e R. vengano assolti dalla domanda attrice.

Ha, altresì, chiesto, di dare ingresso alle prove da articolarsi con separato atto e comunque che venga redatta una nuova relazione medico legale d’ufficio.

In via ulteriormente gradata e nel caso di condanna dei convenuti ha chiesto l’applicazione del potere riduttivo.

Con memoria depositata in data 14 settembre 2000, i difensori del prof. Emilio P. hanno eccepito il difetto di giurisdizione di questa Corte dei Conti e l’avvenuta prescrizione dell’azione intrapresa dalla Procura Regionale.

Hanno, altresì, chiesto che il convenuto venga assolto dalla domanda attrice e nella denegata ipotesi di condanna che venga applicato il potere riduttivo.

In via istruttoria hanno chiesto la nomina di un consulente tecnico d’ufficio che accerti l’eventuale negligenza professionale del prof. P..

Alla odierna pubblica udienza il Procuratore regionale si è opposto a tutte le eccezioni sollevate ed ha confermato gli atti scritti.

I difensori dei convenuti hanno ribadito le argomentazioni svolte nelle memorie depositate evidenziando i profili più significativi.

La Corte si è riservata la decisione.

DIRITTO

1.- Il Collegio deve pregiudizialmente esaminare le eccezioni sollevate sotto vari profili, prima tra tutte quelle attinenti la giurisdizione di questa Corte.

A tal riguardo giova ricordare che l’eccezione di carenza di giurisdizione nasce dalla considerazione che tra il Comune di Roma – condannato dal Tribunale civile di Roma a risarcire il danno accertato e provocato dai comportamenti tenuti dai sanitari che hanno assistito la gestante signora F. F. - e gli stessi sanitari non sarebbe esistito nel 1984, anno al quale si riferiscono i fatti esposti, alcun rapporto funzionale di servizio.

Da ciò ne deriverebbe – ad avviso degli stessi convenuti:

a) che il danno è stato cagionato ad amministrazione diversa da quella di appartenenza dei sanitari, cioè cagionato al Comune di Roma e non all’Unità Sanitaria Locale, fattispecie per cui la Corte ha giurisdizione solo per i fatti successivi all’entrata in vigore dell’art. 3, della legge 20.12.1996, n. 639; b) che nel caso di specie ricorrerebbe non la responsabilità contrattuale, ma quella aquiliana che è riservata all’autorità giudiziaria ordinaria su citazione dell’Amministrazione danneggiata.

Occorre evidenziare, poi, che nella causa civile intrapresa dai coniugi F. F. – C. M., in proprio e quale esercente la patria potestà del figlio minore F., è stata riconosciuta la sussistenza della legittimazione passiva del Comune d Roma.

Tale eccezione ha formato oggetto di esplicito esame da parte del Tribunale civile con la sentenza n. 9794/1993, invano appellata e passata ormai in giudicato in sede civile.

Nella citata occasione ha assunto la U.S.L. RM 3 che i sanitari erano medici dipendenti di ruolo dell’Università degli Studi di Roma e non dell’Unità Sanitaria Locale; che il fatto era accaduto presso la seconda clinica ostetrico-ginecologica, da qualificare a tutti gli effetti "clinica universitaria" per cui dell’avvenimento doveva rispondere l’Università degli Studi di Roma "La Sapienza".

E’ stata così convenuta in giudizio, previa autorizzazione del giudice istruttore la citata Università degli Studi di Roma, che a sua volta negava la propria legittimazione passiva, "assumendo che l’attività assistenziale svolta secondo la prospettazione di parte attrice era stata dalla legge 23 dicembre 1978, n. 833 imputata al Servizio Sanitario Nazionale e per esso alle Unità Sanitarie Locali, con le quali le Università avevano rapporti convenzionali".

Il Tribunale civile di Roma, esaminato il quadro delle eccezioni sopra riassunte, ha emanato una prima sentenza non definitiva in data 21.5.-27.5.1991 con la quale ha accertato e dichiarato la carenza di legittimazione processuale della U.S.L. RM/2 nel frattempo succeduta alla U.S.L. RM/3, del pari disponendo, fra l’altro, l’intervento in giudizio del Comune di Roma per comunanza di causa e della Università degli Studi di Roma.

Anche il Comune di Roma ha eccepito, a sua volta, carenza di legittimazione passiva, ritenendo che la stessa dovesse, invece, riconoscersi al Policlinico XX, nei cui locali si era verificato il danno lamentato e considerato anche che trattavasi di istituto ospedaliero territorialmente ed amministrativamente dipendente dall’Università degli Studi, dotata di personalità giuridica.

Nella singolare circostanza evidenziata in cui ognuno dei convenuti eccepiva carenza di legittimazione passiva, il Tribunale civile di Roma, facendo espresso riferimento alla normativa vigente nel 1984, epoca dei fatti, ha osservato che deve escludersi che la legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del "servizio sanitario nazionale", invocata dall’Università per eccepire la propria carenza di legittimazione passiva, abbia conferito e/o attribuito soggettività giuridica alle neocostituite unità sanitarie locali, essendo queste mere strutture operative dei Comuni (art.15, comma 1°); "tutte le funzioni amministrative in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera che non siano espressamente riservate allo Stato ed alle Regioni " sono attribuite ai Comuni (art. 13, comma 1); sono trasferiti al patrimonio del Comune, con vincolo di destinazione alle Unità Sanitarie Locali i beni mobili ed immobili e le attrezzature già degli Enti ospedalieri (art. 66); sono trasferiti ai Comuni i rapporti giuridici relativi alle attività di assistenza sanitaria attribuite alle Unità Sanitarie Locali (art.66).

Dalle norme menzionate, si evince, secondo il giudice civile, che le Unità Sanitarie Locali "pur se legittimate, sotto il profilo organizzatorio e funzionale, alla costituzione di rapporti con rilevanza esterna, conformi alle funzioni esercitate e pur se, quindi, parti del negozio concluso, non sono parti del rapporto che ne deriva, onde, incapaci di obbligarsi "ex se", sono, tuttavia, legittimate ad impegnare il Comune del quale sono espressione quali "organi a rilevanza esterna" che acquista, mediante la loro attività negoziale, la titolarità attiva e passiva dei rapporti costituiti, dei quali è chiamata a rispondere".

Di qui, la sostanziale identificazione dell’Unità Sanitarie Locali con il "Comune di appartenenza", e, nel caso di specie, "quale mero organo di esso, dal momento che il fatto dannoso è stato compiuto da medici nell’esercizio della funzione della prestazione del servizio di assistenza sanitaria".

A sostegno delle conclusioni del giudice civile, l’art. 10 della legge n. 833 del 1978, stabilisce che "l’unità sanitaria locale è il complesso dei presidi, degli uffici e dei servizi dei Comuni, singoli od associati.."

Le espressioni contenute nelle disposizioni citate come "strutture operative", "complesso di presidi", "uffici e servizi", consentono - sempre riportandosi all’anno 1984 – di individuare la U.S.L. fra quelli che, nel diritto e nella tecnica legislativa, sono propriamente qualificati "organi", ovvero uffici di un ente pubblico, facenti parte del complesso di persone, di beni, di rapporti, per mezzo dei quali l’ente si determina e agisce.

Va, altresì, osservato che la legge 14.6.1980, n. 58, della Regione Lazio in materia di contabilità, ha stabilito agli articoli 2 e 3 il collegamento della contabilità delle Unità Sanitarie Locali con la contabilità degli enti locali, vale a dire che le previsioni di spesa ed i conti consuntivi delle Unità Sanitarie Locali vanno iscritte a bilancio preventivo ed a conto consuntivo dei comuni come entrate e uscite di questi ultimi.

Il Collegio ritiene di poter condividere le motivazioni e le conclusioni a cui è giunto il giudice ordinario con la ripetuta sentenza n. 9794/93 sul punto della riferibilità e imputabilità al Comune di Roma del danno provocato dai sanitari che hanno assistito al ricovero e al parto della signora F. F., in concreto operando presso una struttura del Policlinico XX di Roma.

A ciò va evidenziato che, in ogni caso: a) l’art. 3, comma 1, lettera c) bis della legge 20 dicembre 1996, n. 639, che ha novellato l’art. 1, comma 4, della legge 14 gennaio 1994, n. 20, ha natura processuale in quanto attiene alla giurisdizione e quindi è di immediata applicazione anche ai giudizi pendenti; b) che non è applicabile ai fatti comunque collegati ad un rapporto di servizio; c) che, in ogni caso, tale disposizione non può applicarsi nel caso di specie dove è inequivocabile che l’attività svolta dai sanitari configura un rapporto di servizio.

In particolare giova ricordare che con giurisprudenza pacifica, è stato sempre affermato, che può configurarsi un rapporto di servizio, necessario perché un soggetto possa essere convenuto in giudizio dinanzi alla Corte dei Conti, non solo quando quest’ultimo venga investito dello svolgimento di attività retta da regole proprie della pubblica amministrazione, ma anche in tutti i casi nei quali il predetto soggetto partecipi, comunque, all’attività dell’amministrazione venendosi ad inserire in essa con un atto di comportamento; oppure si inserisca nell’amministrazione pubblica, per lo svolgimento di una attività secondo regole proprie di quest’ultima con assunzione di vincoli ed obblighi diretti ad assicurare il buon andamento dell’attività affidata e la rispondenza di essa alle esigenze generali normativamente previste (Corte dei Conti, SS.RR. 8 agosto 1996, n. 53; Sez. II C/A 20 marzo 1996, n. 99 e 17 ottobre 1996, n. 115).

E’ utile, altresì, ricordare che è stato costantemente affermato che la giurisdizione della Corte di Conti sussiste ugualmente nei confronti di amministratori o dipendenti pubblici per danni arrecati ad altre amministrazioni ove tra essi e l’ente di appartenenza si instauri un rapporto funzionale latu sensu in riferimento agli scopi di altro ente (Sezione I, 24 luglio 1991, n. 256).

Nei confronti di amministratori pubblici di altri enti anche diversi fra quello di appartenenza, la giurisdizione della Corte dei Conti sussiste ancora in considerazione dell’unitarietà delle risorse finanziarie destinate all’attuazione dei molteplici obiettivi perseguiti dalla normativa di settore con il coinvolgimento di diversi livelli di responsabilità e in considerazione del finanziamento pubblico goduto dall’ente non di appartenenza (Corte dei Conti, SS.RR. 7 aprile 1992, n. 759 e Sezione Giurisdizionale Puglia 5 aprile 1993, n. 12; Sezione II, 12 marzo 1990, n. 75); ovvero si realizzi un rapporto interorganico che fa ritenere sussistente un rapporto di servizio diretto tra dipendente della persona giuridica organo ed ente pubblico (Sez. I, 3 marzo 1990, n. 76), ovvero quando è, comunque, configurabile un rapporto di servizio.

Da ciò discende che, ai fini dell’instaurarsi della giurisdizione del giudice della Corte dei Conti, è irrilevante la tipologia di rapporto di lavoro intercorrente tra il danneggiante e l’amministrazione danneggiata, potendo, con questa, intercorrere anche il solo rapporto di ufficio o funzionale, indipendentemente dal rapporto di lavoro o servizio, che può sussistere con altra amministrazione essendo sufficiente l’inserimento, formale o fattuale, di un soggetto nell’ordinamento di settore organizzatorio -funzionale della pubblica amministrazione danneggiata.

Da quanto prospettato emerge con chiarezza che, ai fini dell’incardinazione della giurisdizione della Corte dei Conti, è indispensabile l’esistenza di un rapporto di lavoro – indipendentemente dalla tipologia di fatto, di diritto pubblico o privato; dal titolo giuridico in base al quale si instaura e cioè per contratto, convenzione, incarico professionale, nomina politica o governativa, oppure per scelta tra vari membri o per elezione – e dalla durata (a tempo determinato o indeterminato, di ruolo, non di ruolo), in quanto il diverso regime giuridico del rapporto di lavoro non incide sul regime giuridico della responsabilità amministrativa.

Conseguentemente tutte le eccezioni sollevate in materia di difetto di giurisdizione sono infondate e vanno respinte, dal momento che la giurisdizione in materia di responsabilità amministrativa e contabile appartiene alla Corte dei Conti ogni qual volta un soggetto, a qualsiasi titolo, viene inserito nell’apparato organizzativo delle pubbliche amministrazioni, sì da essere reso partecipe della sua attività amministrativa ed obbligato ad agire in modo conforme alle prescrizioni di legge o di regolamenti ed alle istruzioni interne.

2. – E’ infondato anche il difetto di giurisdizione sollevato sul presupposto che nel caso di specie si sarebbe comunque in presenza di una responsabilità di natura extracontrattuale, ex art. 2043 c.c., riservata alla giurisdizione ordinaria e non già di responsabilità di natura contrattuale, ex art. 1218 c.c., sulla quale, invece, giudica la Corte dei Conti.

Ritiene il Collegio, che nel caso in esame, non si verte sul rapporto sanitario-gestante e sulle derivanti obbligazioni e responsabilità, ma sul rapporto intercorrente fra i sanitari e la pubblica amministrazione presso cui i primi hanno operato nell’interesse pubblico e per la tutela della pubblica salute.

Ora, non può mettersi in dubbio che i sanitari, i quali si sono succeduti dalle ore 21,00 del 12.3.1984 e fino al parto della signora F. F., abbiano prestato servizio nell’ambito di un rapporto di pubblico impiego che li legava alla struttura sanitaria pubblica, disciplinandone le prestazioni, la retribuzione, gli orari, i turni di guardia medica, secondo la normativa vigente con particolare riferimento al d.P.R. 20.12.1979, n. 271.

La responsabilità di quei sanitari è, quindi, di natura contrattuale.

In tal senso anche la Corte di Cassazione che con sentenza delle Sezioni Unite n. 4654 del 15.7.1988, nell’ammettere l’azione di rivalsa nei confronti del personale sanitario - prima dipendente dagli enti ospedalieri e, poi, dalle Unità Sanitarie Locali dopo l’entrata in vigore della legge n. 833/78 - che aveva provocato a terzi lesioni durante l’esecuzione di un intervento, scaturendone la condanna dell’Amministrazione ospedaliera, ha affermato che la giurisdizione della Corte dei Conti in tale caso sussiste, atteso che tale giurisdizione "si estende ad ogni ipotesi di responsabilità per pregiudizi economici arrecati allo Stato o ad altri Enti pubblici da persone legate da vincoli di impiego o di servizio ed in conseguenza di violazione degli obblighi inerenti a detti rapporti".

Al riguardo è utile ricordare che nella fattispecie l’azione del Procuratore Regionale concerne il risarcimento di danni, a titolo di responsabilità amministrativa indiretta, cagionati ad un privato da un pubblico dipendente nell’esercizio delle proprie funzioni.

In particolare, si tratta di medici della 2^ clinica ostetrica - ginecologica del Policlinico XX di Roma, chiamati a rispondere dell’invalidità causata a F. F. ed al figlio F. C..

Deve essere in proposito affermato che la responsabilità amministrativo-contabile si radica sulla violazione da parte di ogni soggetto agente di precostituiti obblighi di servizio e perciò di doveri di "comportamento" nascenti dal rapporto che lega il soggetto alla pubblica amministrazione (c.d. rapporto di servizio).

Si tratta, perciò, di responsabilità di natura contrattuale e non di responsabilità aquiliana fondata sul "neminem laedere" con i conseguenti effetti in tema di prescrizione.

3.- In tale contesto "la prescrizione, ai sensi dell’articolo 2935 c.c., comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere".

Conseguentemente per la responsabilità amministrativa - contabile il momento iniziale del periodo prescrizionale deve coincidere con quello in cui il danno ha acquisito i requisiti della "certezza", della "riconoscibilità", della "percepibilità" "dell’attualità", considerato che nessun danno pubblico potenziale, futuro oppure non identificato può essere perseguito dall’azione di responsabilità del pubblico Ministero.

Nella fattispecie in questione il fatto dannoso, dal cui verificarsi comincia a decorrere la prescrizione, ai sensi dell’art. 1, comma 2, della legge 14 gennaio 1994, n. 20, nel testo sostituito all’articolo 3 del decreto legge n. 543/1996 convertito nella legge n. 639/1996, si è realizzato nella sua interezza non già nel momento in cui è stato posto in essere il comportamento illecito ma nella successiva fase in cui si è concretizzato il pregiudizio economico che ha fatto sorgere l’interesse all’azione di responsabilità.

Orbene, nel caso di specie il pregiudizio economico si è concretamente realizzato nel momento in cui la sentenza n. 9794/1993 emessa dal Tribunale civile di Roma è passata in giudicato a seguito della pubblicazione della sentenza della Corte d’ Appello di Roma del 28.7.1997 che ha dichiarato improcedibile l’appello proposto da Comune di Roma avverso la citata sentenza del Tribunale civile di Roma n. 9794/93; tale sentenza della Corte d’Appello di Roma non è stata impugnata davanti alla Corte di Cassazione.

Solo da tale momento il Procuratore Regionale è stato in grado di far valere il diritto alla rivalsa nei confronti dei presunti responsabili.

Infatti, solo dal passaggio in giudicato della sentenza civile "il danno ha assunto i suoi contorni quantitativi e qualitativi in via definitiva" (cfr. Sez. Giur. Lazio, sent n. 208/97/R del 29.5 – 30.9.1997).

In altre parole, stabilito che "la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere", ai sensi dell’ art. 2935 c.c.,"il momento iniziale del periodo prescrizionale deve coincidere con il momento in cui il danno ha acquistato i requisiti della certezza e dell’attualità, atteso che nessun danno pubblico potenziale o futuro può essere perseguito con l’azione di responsabilità" da parte del Pubblico Ministero (cfr. Sez. I Giur. Centrale d’Appello, sent. n. 151/98/A, in data 3.4. – 26.5.1998 e giurisprudenza della Corte di Cassazione ivi richiamata; Sez. II Giurisd. Centrale, n. 118/98/A, in data 14.1 – 24. 4.98).

Nel caso in esame, tenendo presente che l’atto di citazione è stato emesso il 17.3.2000, nessuno di tali termini è maturato per cui l’eccezione di prescrizione va respinta perché giuridicamente infondata considerato che il "dies a quo" del termine quinquennale di prescrizione deve essere individuato nel momento in cui, a seguito del giudizio civile, si è formata la condanna giudiziale definitiva dell’Amministrazione a risarcire il danno cagionato dai citati dipendenti (cfr. Corte dei Conti, Sezione II Centrale n.54 del 22.2.2000).

A ciò aggiungasi che, indipendentemente dagli atti di messa in mora effettuati dall’Amministrazione, l’invito a dedurre formulato dal Procuratore Regionale, dopo incerti orientamenti, si configura ormai quale atto autonomo di costituzione in mora dei presunti responsabili di danni erariali ai sensi degli articoli 1219 e 2943 c.c., con conseguente efficacia interruttiva della prescrizione.

4.- Connesso al problema della giurisdizione è quello della titolarità dell’azione di responsabilità amministrativo-contabile.

Sul punto è del tutto pacifica la giurisprudenza: titolare esclusivo dell’azione di responsabilità amministrativa è il Procuratore Generale ed il Procuratore Regionale presso la Corte dei Conti.

E’ da escludersi, pertanto, che nel nostro ordinamento l’autorità amministrativa possa determinare il danno subito dall’Ente ed addossarne la responsabilità ai dipendenti.

Né ad essa compete il diritto di azione nei confronti del personale in servizio per i danni arrecati all’ente nello svolgimento delle funzioni o mansioni attribuite.

L’azione in tale materia compete, infatti, in via esclusiva al Procuratore presso la Corte dei Conti nella sua funzione di salvaguardia dell’interesse pubblico, inteso come interesse superiore dello Stato - ordinamento e dello Stato - comunità, che egli esercita in adempimento di un dovere impostogli direttamente dalla legge.

La tutela di tale interesse si attua esclusivamente con la cognizione del giudice nelle materie di contabilità pubblica che, unico, può accertare l’esistenza di un danno patrimoniale per l’erario riferibile a violazione dolosa oppure gravemente colposa di obblighi di servizio del convenuto e gli eventuali limiti di tale riferibilità.

L’azione del Procuratore, in quanto azione pubblica avente carattere di ufficialità è del tutto autonoma rispetto alle determinazioni dell’Amministrazione da cui dipende il responsabile e può, pertanto, essere esperita anche contro o in assenza di tali determinazioni.

Ne consegue l’infondatezza dell’eccezione prospettata in tal senso che, quindi, va respinta.

5.- Il Collegio reputa infondata anche l’eccezione di indeterminatezza della domanda - mossa dalle difese in quanto la prospettazione di parte attrice, in ordine sia al "petitum" sia alla "causa petendi", appare sufficientemente definita in considerazione dei richiami effettuati nell’atto di citazione ed in particolare sulla copiosa documentazione depositata dalla quale sono stati individuati elementi significativi in ordine a circostanze per la ricostruzione degli atti stessi e la loro riferibilità agli attuali convenuti.

I menzionati atti per quanto attiene alla sussistenza del danno, risultano ed emergono in maniera sufficiente da tutti i documenti acquisiti in sede del processo civile e da quelli emersi dall’istruttoria del Procuratore Regionale, atti a cui si ritiene di far riferimento e che si devono intendere integralmente riportati.

6.- Va anche respinta la tesi difensiva sostenuta dai convenuti sulla inutilizzabilità dei risultati del processo civile nei loro confronti per essere essi rimasti estranei al giudizio stesso.

Infatti, pur potendosi convenire che il giudizio civile produce effetti solo tra le parti che vi hanno partecipato e, quindi, sulla sua inidoneità ad arrecare pregiudizi diretti nei confronti di terzi, nulla vieta che i fatti ed il materiale probatorio raccolti in quella sede siano valutati nel giudizio davanti a questo giudice.

A ciò va aggiunto che le circostanze riferite non precludono alla Corte dei Conti di valutare autonomamente tutti gli elementi emersi ai fini del giudizio di responsabilità amministrativo-contabile nel quale il giudice adito può anche pervenire ad una autonoma e distinta qualificazione giuridica dei medesimi fatti.

Il vero problema che si pone è dunque quello di stabilire se il materiale raccolto da parte attrice abbia, in questa sede, valore di prova, ai fini dell’affermazione della responsabilità tenendo conto che l’azione della Procura Regionale si basa anche sugli accertamenti e conclusioni cui si è pervenuti nell’ambito del processo civile.

In tale situazione è indubbio, infatti, che nessun vincolo o preclusione può limitare la valutazione di questo giudice nemmeno per quanto attiene all’accertamento del fatto.

Ma è altrettanto vero che il correlato principio della separatezza ed autonomia dei processi non esclude la utilizzabilità nel giudizio di responsabilità degli atti processuali acquisiti in altri procedimenti giudiziari.

In particolare, è stato sempre ritenuto che le perizie raccolte in altri processi possono essere utilizzate dal giudice della Corte dei Conti nel processo di responsabilità e da questi autonomamente vagliati in base al principio della libera formazione del convincimento decisorio.

Comunque si concluda il processo civile, questo giudice può trarre dalla documentazione acquisita in detto giudizio, ivi comprese le consulenze tecniche, quegli elementi utili a formare il proprio libero convincimento ai sensi dell’art. 116 del codice di procedura civile.

Il Collegio – alla luce dei principi esposti – ritiene che nel presente giudizio sono stati riversati elementi di prova che, sebbene acquisiti in massima parte nell’ambito dei procedimenti civili davanti al Tribunale civile ed alla Corte d’Appello di Roma, costituiscono base sufficiente per la formazione del convincimento sui fatti e sul loro svolgimento.

Il supporto probatorio di tali atti, appare a questo Collegio adeguato, razionale e logico.

Detti atti e documenti, ivi compresa la perizia redatta dal consulente di ufficio, sono nel loro complesso sufficienti anche ai fini della prova nel giudizio di responsabilità amministrativo-contabile.

D’altra parte, l’integrazione o addirittura il rifacimento dell’istruttoria a distanza di moltissimo tempo, non sarebbe comunque idoneo a fornire nuovi e determinanti elementi di conoscenza in una vicenda che ha formato oggetto di prolungate, approfondite ed esaurienti considerazioni nonchè valutazioni in diverse sedi.

In ogni caso, va precisato che spetta solo al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento ed all’uopo valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la congruenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare il fondamento o meno della pretesa e ciò nell’esercizio dei suoi poteri e nel prudente apprezzamento degli elementi emersi.

Pertanto, tutte le eccezioni sollevate al riguardo dai convenuti, sono infondate e vanno respinte.

7.- Nel merito va precisato che la vicenda che ha dato origine al presente giudizio per responsabilità amministrativa – contabile, come emerge chiaramente dagli atti, ha per oggetto gli stessi fatti del parallelo giudizio civile che ha condotto alla sentenza del Tribunale civile di Roma n. 9794, depositata il 21 giugno 1993 (il gravame è stato dichiarato successivamente improcedibile dalla Corte d’ Appello di Roma, Sezione I civile, con decisione pronunciata il 16.7.1997, n. 2564 e depositata in cancelleria il 28.7.1997), con cui in accoglimento della domanda presentata da Michele Calabrese e Francesca F. F., ha "accertato e dichiarato che tutti i danni riportati da F. F. e C.F. in occasione del ricovero in data 13.3.1984 per parto di F. F. presso il reparto ostetrico e ginecologico del Policlinico Umberto I^ di Roma, costituiscono diretta, immediata ed esclusiva conseguenza del negligente, imperito e imprudente comportamento tenuto nell’occasione dai sanitari ivi in servizio e che dei danni predetti è tenuto a rispondere il Comune di Roma".

Pur avendo la stessa matrice fattuale, i due giudizi si muovono, tuttavia, su piani distinti, sia perché sono finalizzati a regolare rapporti giuridici soggettivamente ed oggettivamente diversi, sia perché diversi sono i parametri normativi cui essi fanno riferimento.

In particolare, i fatti sui quali si è pronunciato il giudice civile, come emerge dalle sentenze menzionate, si iscrivono nel rapporto tra l’ente sanitario, la signora F. F. ed il signor C. M.; il relativo giudizio nel caso di specie è stato finalizzato non solo all’accertamento della colpa dell’ente nella sua unitaria struttura ma anche al comportamento dei sanitari della seconda clinica ostetrico-ginecologica del Policlinico XX, tant’è vero che, secondo il giudice ordinario, i danni riportati dalla signora F. F. e dal piccolo F. C. "costituiscono diretta, immediata ed esclusiva conseguenza del negligente, imperito ed imprudente comportamento tenuto nell’occasione dai sanitari in servizio".

Il giudice civile ha anche individuato le colpe e le responsabilità dei sanitari che in quella struttura hanno agito e ciò sulla base della perizia redatta dal consulente di ufficio a tal riguardo nominato.

E’ stato così individuato quel complesso di azioni poste in essere da tutti i soggetti che hanno assistito la signora F. F. ed i cui comportamenti sono riferibili all’ente in virtù del rapporto organico.

Nel giudizio di responsabilità amministrativo –contabile, i fatti su cui è chiamato a pronunciarsi il giudice, invece, si iscrivono nel diverso rapporto di servizio che lega i medici all’ente sanitario.

Il relativo giudizio è finalizzato all’accertamento di responsabilità personali ed in particolare ad acclarare:

1) se e quali condotte soggettive abbiano assunto efficienza causale o concausale nel determinismo dell’evento dannoso;

2) se dette condotte siano state contrarie ad obblighi di servizio;

3) se la violazione degli obblighi di servizio sia stata connotata da dolo o colpa grave individuando le responsabilità dei singoli soggetti;

4) se ed in quale misura alle lesioni ed ai danni subiti dalla signora F. F. (madre) e dal neonato F. C. (figlio), abbiano concorso la negligenza, l’imprudenza e l’imperizia anche omissiva dei singoli sanitari del Policlinico XX di Roma.

Sul piano concreto, quindi, si deve mettere in rilievo la responsabilità verso l’ente dei soggetti che per esso hanno agito, responsabilità che va ricercata ed individuata attraverso l’analisi dei singoli comportamenti;

Ed occorre, altresì, accertare se quei comportamenti, singolarmente individuati, oltre ad aver avuto significativo ruolo causale nella produzione dell’evento dannoso, siano stati anche connotati da dolo o colpa grave.

Infatti, per recente scelta legislativa "la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei Conti in materia di contabilità pubblica è personale ed è limitata ai fatti e alle omissioni commessi con dolo o colpa grave ai sensi dell’art. 1, comma 1°, della legge n. 20 del 1994, nel testo sostituito dall’articolo 3, comma 1, del decreto legge n. 543/1996 convertito con modificazioni, in legge 639/1996".

8.- Alla luce dei criteri evidenziati, occorre ora procedere all’esame dei comportamenti dei convenuti, onde verificare se essi abbiano avuto significativo ruolo causale e concausale nella produzione dell’evento dannoso e se tali comportamenti siano stati connotati da dolo o colpa grave.

In proposito giova menzionare, sia pure sinteticamente, i fatti che hanno caratterizzato la vicenda in esame, al fine di individuare quali siano stati i comportamenti che, nella impostazione accusatoria del Procuratore Regionale, hanno assunto efficienza causale e concausale nella produzione dell’evento dannoso.

Essi possono così riassumersi.

La signora F. F. viene ricoverata presso la II^ clinica ostetrica dell’Università degli Studi di Roma "La Sapienza" alle ore 2,00 del giorno 13 marzo 1984 per travaglio di parto e le vengono praticate le consuete pulizie delle parti intime (tricotomia e clistere).

Visitata dall’ostetrico di turno alle ore 3,30, le viene diagnosticata una dilatazione del collo dell’utero di 6 cm. e la rottura spontanea delle membrane; il battito cardiaco fetale è percepito ed il liquido amniotico, scarso, è fortemente tinto di meconio.

Il battito cardiaco fetale continua ad essere percepito nelle ore seguenti, in occasione di ulteriori controlli eseguiti da personale paramedico e precisamente alle ore 4,30; 5,00 e 5,30.

Un sanitario diverso da quello che ha effettuato il primo controllo della F. F., eseguì un nuovo esame delle condizioni della predetta alle ore 6,30, diagnosticando una dilatazione del collo dell’utero di circa 6 – 7 cm. con bordi del collo spessi e con la parte presentata (cefalica) del feto tendente all’impegno: il travaglio è scarso ma soprattutto, il liquido amniotico risulta chiaro.

Nell’occasione alla paziente viene prescritto e somministrato fargan atropinico e syntocinon per flebo.

Ulteriori controlli espletati alle ore 8,00, 8,30 e 9,00 consentono di appurare solo un leggero aumento della dilatazione del collo dell’utero, che aveva raggiunto i 7-8 cm; sino alle ore 10,30 la paziente non viene più visitata e/o controllata: si tratta di un vuoto inspiegabile dato il protrarsi del travaglio nonostante la flebo di syntocinon.

Alle ore 10,30, constatata la mancata progressione della parte presentata ed essendo insorta una sofferenza fetale, i medici decidevano di intervenire, dapprima tentando una estrazione del feto mediante applicazione di forcipe diretta ed asimmetrica alla parte alta dello scavo.

Accertata, però, l‘impossibilità di espletare il parto per le vie normali, dopo un delicato tentativo di trazione, verificato il battito cardiaco fetale ed accertata una ripresa dello stesso, si decideva di praticare il taglio cesareo che ha portato alla nascita del piccolo F., il quale ha presentato subito palesi segni di sofferenza per asfissia prenatale, derivandone al medesimo danni biologici gravissimi e irreversibili e precisamente cecità, mutismo, immobilismo, incapacità di autoalimentarsi e di controllo delle funzioni fisiologiche, assenza di attività intellettiva.

In particolare dalla cartella clinica emerge che:

a) al momento del ricovero, alla F. F., che già aveva condotto a termine una gravidanza nel 1977, non è stata effettuata alcuna anamnesi ostetrica, che invece, a prescindere da ogni diversa considerazione, sarebbe stata necessaria in considerazione del fatto che in occasione del parto del 1977 alla predetta, proprio per mancata progressione della parte presentata e pertanto per sostanziale incapacità della F. F. di provvedere da sola all’espulsione del feto, presentatosi in posizione cefalica – era stato applicato il forcipe con conseguenti lesioni anche al precedente nascituro.

Detta omissione, che in ultima analisi si è risolta nell’ignoranza da parte dei medici di un particolare stato soggettivo della degente, ha senza dubbio inciso negativamente sul successivo atteggiamento dei predetti sanitari;

b) alla prima visita delle 3,30, pur essendosi constatato che il liquido amniotico era fortemente tinto di meconio, di per sé indice presuntivo di estrema gravità in ordine alla sofferenza del feto, non è stato fatto assolutamente nulla;

c) il liquido amniotico riscontrato chiaro alla seconda visita delle 6,30, "non trova spiegazione se non nella verosimile superficialità dell’esame";

d) fra la prima e la seconda visita il battito cardiaco del feto è stato ascoltato in via empirica, "mentre proprio l’ accertata presenza del meconio avrebbe quanto meno imposto la continua registrazione elettronica dell’attività cardiaca del feto";

e) la somministrazione dei farmaci è stata tardiva perché, vista la presenza di meconio, si sarebbe dovuta effettuare già al momento della prima visita;

f) del tutto inutile, oltre che lesivo dell’integrità fisica della partoriente – rottura del segmento inferiore dell’utero – si è rivelato il tentativo, peraltro malamente condotto, di procedere all’estrazione del feto mediante applicazione del forcipe, dal momento che i sanitari avrebbero ben dovuto comprendere che se a buona distanza di tempo dall’inizio della somministrazione del syntocinon, che è farmaco a base di ossitocina, l’effetto sperato non si era ancora verificato, sussistevano serie e gravi difficoltà per la nascita del concepito per via naturale";

g) alla seconda visita della F. F. da parte del medico di turno, il liquido amniotico è risultato chiaro, evenienza che trova applicazione nella verosimile superficialità dell’esame, a cui si è aggiunto il fatto che non è stato adottato da parte dei sanitari provvedimento diverso dalla pura e semplice "attesa degli eventi", per intervenuta somministrazione di syntocinon.

La consultazione della cartella clinica, invece, avrebbe sicuramente comportato l’adozione, nei confronti della F. F. di diversi provvedimenti considerato che nella precedente gravidanza portata a termine nel 1977, con parto presso la stessa clinica ostetrica dell’Università degli Studi di Roma, durante il periodo espulsivo, per mancata progressione della parte presentata, le fu praticata una applicazione di forcipe nello stesso scavo.

Anche in quell’occasione (1977), a seguito dell’intervento, effettuato tramite forcipe, il nascituro riportò delle lesioni alla guancia, al padiglione auricolare sinistro ed alla regione temporo frontale destra.

Ritiene il Collegio che, nella fattispecie, i medici del primo e del secondo turno "erroneamente" non hanno tenuto conto di quanto rappresentato nella cartella clinica con riferimento al parto avvenuto nel 1977; l’omessa anamnesi si è conseguentemente risolta nell’ignoranza, da parte dei medici di un particolare stato soggettivo della signora F. F. che senza alcun dubbio ha inciso negativamente sulle decisioni dei citati sanitari.

Una volta accertata la presenza di meconio nel liquido amniotico, poi, si sarebbe dovuto procedere senza inutili e dannosi indugi ad un intervento cesareo, oppure, quanto meno ad una immediata somministrazione di ossitocina, proprio al fine di evitare il prolungarsi o l’insorgere di sofferenza del feto, in una situazione generale caratterizzata, tra l’altro, da assenza di travaglio.

Il comportamento successivo dei sanitari è stato una sommatoria di scelte intempestive ed errate che hanno avuto come unico effetto l’aggravamento e la complicazione della situazione di sofferenza del feto e della madre che ha raggiunto il culmine con il tentativo di procedere all’estrazione del feto mediante applicazione di "forcipe alta".

In particolare è da sottolineare che al trauma da mancanza di ossigeno si è accompagnato, per il feto, un ulteriore duplice grave pregiudizio, costituito da un lato dalla prolungata accentuazione – provocata dall’azione dell’ossitocina – della compressione del capo nel canale uterino e rappresentato, tra l’altro, dalla compressione e dalla trazione eseguita mediante il "forcipe alta" che certamente, ha provocato lesioni alla madre ed al feto come di seguito sarà precisato.

In tale contesto reputa il Collegio che nel comportamento dei sanitari del primo e del secondo turno, ad eccezione del dott. Luciano M., allora specializzando, è ravvisabile una grave imperizia, negligenza ed imprudenza per non essersi resi conto di quanto sopra evidenziato e delle relative conseguenze di fronte all’evenienza clinica di grave pregiudizio dell’integrità della vita fetale così come per quella materna.

Peraltro, tutto questo era presupponile e prevedibile se si fosse tenuto conto della situazione in cui versava la signora F. F..

Ciò avrebbe dovuto imporre ai sanitari del Policlinico XX di Roma, una maggiore attenzione diagnostica ed una particolare estrinsecazione terapeutica.

In tale situazione nessuna circostanza può essere considerata come attenuante del comportamento omissivo dei sanitari considerato che dallo studio della cartella clinica e di tutti gli altri documenti di causa, emerge:

- l’omissione, all’atto del ricovero dell’anamnesi ostetrica che sarebbe stata molto utile ai fini di una adeguata assistenza al parto;

- la discordanza dei referti stilati dai due sanitari che hanno visitato la partoriente; mentre il primo parla di liquido amniotico fortemente tinto di meconio, il secondo, invece, lo trova perfettamente chiaro.

La presenza di meconio nel liquido amniotico indica la sofferenza fetale mentre le modificazioni del battito cardiaco fetale sono indicative di una sofferenza presente al momento dell’ascolto.

Nel caso specifico, quindi, tenendo conto dei precedenti ed essendo la parte presentata ancora alta e la dilatazione incompleta, il taglio cesareo rappresentava l’intervento di elezione.

Furono, invece, lasciate trascorrere diverse, interminabili ore per poi ricorrere con esito negativo ad una applicazione di forcipe alta ed asimmetrica, peraltro, erroneamente condotta.

Va, altresì, evidenziato nei casi in cui viene riscontrata la comparsa di meconio nel liquido amniotico o una eccessiva riduzione del liquido stesso o l’uno e l’altro fenomeno insieme, è opportuna la registrazione elettronica continua dell’attività cardiaca del feto che consente di documentare con mezzi di estrema precisione il comportamento della stessa, cosa che nel caso in esame non fu fatta e ci si affidò soltanto all’empirica valutazione dell’ascoltazione del battito cardiaco fetale. fatto con lo stetoscopio.

A ciò aggiungasi: a) che la somministrazione di farmaci oxitocici per flebo deve essere costantemente sorvegliata perché la reazione dell’utero all’introduzione di un ormone postipofisario può risultare eccessiva; b) che tale somministrazione è sconsigliata nelle viziature pelviche, nelle presentazioni anomale, nei casi di macrosomia fetale, in casi di pregressi interventi di taglio cesareo o di miomectomia e in casi di grave sofferenza fetale; c) che i pericoli maggiori causati da tale ormone sono rappresentati dalla rottura dell’utero e dalla morte del feto per ipossia.

In tale contesto anche se si prende per buono il primo referto medico, la somministrazione è stata intempestiva.

La mancata progressione della parte presentata e la scarsa progressione della dilatazione del collo dell’utero avrebbero dovuto mettere in allarme e far decidere per un taglio cesareo d’urgenza.

D’altra parte, se la causa della sofferenza fetale non viene individuata, come nel caso in esame, l’intervento nell’interesse della vita del feto ha lo scopo di accelerare il parto e quindi l’estrazione del feto.

Il taglio cesareo a dilatazione incompleta offre le maggiori possibilità di estrarre rapidamente un feto vivo.

Il fatto che nella cartella clinica non risultano effettuati dalle 9,00 alle 10,30 ulteriori controlli sia del battito del cuore fetale e delle condizioni della parete uterina, fa supporre che siano intervenute alterazioni sia dell’uno che dell’altra (badicardia, aumento del tono uterino, contrazioni aumentate di frequenza) per cui fu tentata una estrazione di forcipe diretta asimmetrica alla parte alta dello scavo.

Trattasi di tentativo che risultò vano e sicuramente peggiorò ancora la situazione della partoriente per la rottura del segmento inferiore.

In tale contesto, ritiene il Collegio che sicuramente vi è stata grave negligenza: a) da parte dei sanitari del primo turno perché omisero di fare un’accurata anamnesi ostetrica e non hanno dato importanza alla presenza di meconio nel liquido amniotico, considerato che si trattava di una presentazione cefalica, segno quindi di sofferenza, anche se il battito cardiaco fetale era normale ed inoltre, non hanno intrapreso alcuna idonea iniziativa al riguardo come evidenziato in narrativa;

b) da parte dei sanitari del secondo turno che, non praticarono alcun controllo dalle 9,00 alle 10,30 e che dopo una ingiustificata attesa praticarono erroneamente e malamente l’applicazione di "forcipe alta" anziché procedere senza indugio al taglio cesareo.

Infatti, l’urgenza del momento, motivata dalla sofferenza fetale, non giustificava, però, un’applicazione di quel tipo perché molto pericolosa.

Nella moderna ostetricia, come viene evidenziato nella documentazione depositata, le applicazioni di forcipe su testa mobile o solo impegnata allo stretto superiore ossia le cosiddette applicazioni alte di forcipe, sono state completamente abbandonate, rappresentando esse un pericolo per la madre e per il feto.

In mancanza delle condizioni permittenti, si doveva quindi eseguire, senza indugi, il taglio cesareo anche in considerazione della constatazione della mancata progressione del feto per modi naturali e la riconferma della sofferenza fetale.

I sanitari del secondo turno, quindi, anziché far trascorrere ulteriore tempo, per l’organizzazione e l’applicazione del forcipe, avrebbero dovuto procedere all’esecuzione immediata del taglio cesareo.

Inoltre, tutti i sanitari del primo e del secondo turno, che si sono succeduti avrebbero dovuto sottoporre la partoriente ad un monitoraggio continuo al fine di rilevare l’attività cardiaca del feto.

A ciò va aggiunto che la rottura del segmento inferiore dell’utero rappresenta un elemento pregiudizievole per una futura gravidanza.

Si è avuto, pertanto, una menomazione dell’integrità fisica ed una violazione del diritto alla salute della signora F. F..

L’encefalopatia anossica e la sindrome mioclonica, poi, di cui è risultato affetto il nascituro, dovuta a grave asfissia per deficit di ossigenazione associato ad acidosi con danno ai centri nervosi e configuranti una invalidità permanente del 100%, hanno ovviamente provocato anche un’alterazione dell’equilibrio psichico.

Per cui, in conclusione, si può affermare che il comportamento del personale medico del primo e del secondo turno non è stato conforme neanche alle norme di comune diligenza; che i danni alla partoriente ed al nascituro sono imputabili esclusivamente al comportamento dei sanitari.

Pertanto, alla luce di quanto esposto, reputa il Collegio che il comportamento dei menzionati sanitari è censurabile sotto l’aspetto della grave imperizia, imprudenza e negligenza.

Dalla gravità delle lesioni, come emergono dalla cartella clinica e dalle rilevazioni obiettive, sembra indubitabile che i sanitari in questione che curarono la paziente e ne seguirono la degenza sottovalutarono la situazione in cui si trovava la signora F. F. soprattutto sotto il profilo delle potenziali complicazioni.

E’ venuta a mancare così sia una corretta valutazione diagnostica che una strategia terapeutica idonea da adottare nella particolare fattispecie.

Da quanto precede, emerge chiaramente la responsabilità dei sanitari dal momento che la vicenda descritta è caratterizzata da una grave negligenza, imprudenza ed imperizia riconducibili alla inosservanza delle metodiche diagnostiche e terapeutiche dettate dalla scienza medica in quella disciplina, secondo il livello raggiunto dalla ricerca e impiegato normalmente nella pratica nosografia, tenendo conto dei mezzi impiegati al riguardo e perciò del comportamento medico conforme alle regole della deontologia professionale che postulano il suo scrupoloso impegno, con diligenza superiore alla media nell’uso di tutte le tecniche dettate dalla scienza clinica e di ogni altro accorgimento suggerito dalla comune esperienza.

Si tratta di un comportamento contraddistinto da macroscopiche omissioni, contrario a regole deontologiche elementari ed effettuato senza adottare cioè quelle cautele, cure o conoscenze che costituiscono lo standard minimo di diligenza richiesto con specifico riguardo all’attività esercitata.

Da ciò discende che nella fattispecie i medici responsabili per le conseguenze dei trattamenti diagnostici e terapeutici omessi oppure emessi e comunque incongruamente attuati, vanno individuati, per le ragioni esposte in parte motiva, nei seguenti sanitari: Gennaro M. e Fabrizio DG. inclusi nel turno di guardia diurno che iniziava alle ore 9,00 del 13 marzo 1984 e che erano in servizio nel momento del parto della signora F. F. nonché nei dottori Giulio R., Antonio V. ed Emilio P. che hanno fatto parte del turno notturno e quindi erano in servizio al momento del ricovero dell’interessata.

D’altra parte la partoriente è stata sul piano concreto abbandonata a se stessa perché lasciata in una permanente situazione di rischio; infatti è stato omesso qualsiasi tempestivo ed idoneo intervento ed invece nei suoi confronti vi è stato un comportamento di ingiustificata attesa degli eventi nonostante il riscontro di meconio nel liquido amniotico, reperto questo, che doveva essere interpretato come indice di sofferenza fetale in atto e che avrebbe dovuto indurre ad eseguire immediatamente e necessariamente il parto cesareo.

E’ stato, poi, erroneamente e malamente praticata l’applicazione del forcipe, prima di eseguire il taglio cesareo, con tutte le conseguenze evidenziate in narrativa nonché con i danni tutti riportati dalla madre e dal piccolo F. C..

Al riguardo va precisato che nei confronti del piccolo C.F., il Tribunale civile di Roma ha affermato che "ripugna qualificare un essere umano come un "vegetale" ma onestamente, ha continuato, riesce difficile reperire un termine diverso che con eguale aderenza rappresenti la disastrosa situazione nella quale il detto minore versa per diretta conseguenza della sofferenza risentita in occasione della nascita".

"Dalla incontestata documentazione prodotta in giudizio emerge, infatti, che C.F. non vede; non parla; non cammina; è incapace a sostenere la posizione eretta del tronco; è affetto da rigidità di tutti gli arti, sia superiori che inferiori; manca del riflesso della prensione e di motilità quanto ai muscoli del viso ed in genere è incapace di atti motori autonomi; può essere nutrito solo con cibi frullati, siccome affetto da masticazione gravemente insufficiente; è epilettico; è privo di qualsiasi controllo urinario e sfinterico; in conseguenza della "estesa necrosi del mantello corticale diffusa con voluminosa dilatazione degli spazi sub aracnoidi che appaiono occupati dal liquor", è praticamente privo di attività intellettiva ed è verosimilmente incapace non tanto di pensare, quanto di elaborare una qualsiasi immagine simbolica e/o mentale organizzata".

"Fuor di metafora e di retorica, perché la realtà è questa e non altra, il minore ha davanti a sé, in luogo di una esistenza normale, solo un calvario, sicché è evidente che la voce di danno risarcibile - che nella specie assume rilievo prioritario attesa la irreversibilità del lesioni e delle conseguenze di esse - afferisce proprio alla vita".

Per F. F. il Tribunale civile di Roma ha, tra l’altro, affermato che "l’imprudente, imperito e negligente comportamento dei medici ha, anche, provocato alla predetta, in occasione del tentativo di estrazione del feto mediante forcipe alta, la rottura del segmento inferiore dell’utero."

Tutto ciò configura, in ogni caso, un danno alla vita di relazione, un danno biologico ed un danno morale.

Ritiene il Collegio che nella situazione descritta, provata dai documenti depositati, si configura anche una violazione degli obblighi di servizio connotata dalla colpa grave per negligenza, imprudenza ed imperizia da attribuire ai sanitari Gennaro M., Fabrizio DG., Giulio R., Antonio V. ed Emilio P., presenti nel primo e nel secondo turno e che devono ritenersi responsabili dell’accaduto.

Né, d’altra parte, può attenuare la responsabilità dei citati convenuti, la circostanza che l’ordinamento dei servizi ospedalieri attribuisce funzioni diverse ai primari, aiuti ed assistenti oppure al "primo di guardia", "secondo di guardia" o "terzo di guardia" dal momento che nelle situazioni rilevate sia nel primo che nel secondo turno, ogni sanitario – di fronte all’evenienza clinica di grave ed irreparabile pregiudizio dell’integrità fisica e psichica nonché della vita fetale e di quella materna – aveva l’obbligo ed era legittimato a prendere proprie iniziative autonome in presenza di elementi sintomatici gravi e concordanti riguardanti il mutamento peggiorativo del quadro clinico e dell’emergere di una situazione meritevole di particolare attenzione come nella fattispecie all’esame.

In tale contesto, ogni sanitario del primo e del secondo turno aveva, altresì, l’obbligo di intervenire, anche di fronte ad una errata impostazione diagnostica e terapeutica del primario oppure del "primo di guardia" o comunque del responsabile, almeno allo scopo di segnalarlo con risolutezza seppure soltanto con fini propositivi.

Invece, con nessuna utile attività terapeutica i sanitari hanno risposto al quadro clinico sopra evidenziato mantenendo un’atteggiamento attendista e particolarmente inquietante fino al precipitare della situazione, sottovalutando comunque la stessa ed i profili delle potenziali complicazioni se si considerano la gravità delle lesioni riportate dal nascituro e dalla madre.

9.- Per ciò che concerne, poi, la determinazione del danno, ai sensi dell’art 52 del d.P.R. 12 luglio 1934 n. 1214, la Sezione - valutati gli atti di causa, la riprovevolezza dei comportamenti dei convenuti nonché le singole responsabilità - ritiene di porre il danno accertato dalla Procura Regionale, in parti uguali, a carico di Gennaro M., Fabrizio DG., Giulio R., Antonio V. ed Emilio P..

10.- D’altra parte il Collegio – stanti i gravi, precisi e concordanti elementi considerati ai fini del proprio convincimento – ritiene di non poter condividere l’assunto dei convenuti con particolare riferimento alle argomentazioni illustrate nelle relazioni mediche redatte dai consulenti di parte.

A tal proposito si ribadisce che la vicenda in questione – come puntualmente rilevato in narrativa – è stata valutata in altre sedi in maniera esaustiva ed in un periodo di tempo molto vicino alla situazione nosologica da accertare ed attestare per cui anche le richieste istruttorie in parola, così come prospettate dai convenuti – a distanza di oltre sedici anni dal ricovero presso il Policlinico XX di Roma – non sarebbero comunque idonee a fornire elementi decisivi per una valutazione e qualificazione diversa dei fatti da parte di questo giudice.

11.- Sui predetti importi va dai medesimi corrisposta anche la rivalutazione monetaria dalla data dell’evento del danno per cui è domanda attrice e fino alla data del deposito della presente sentenza.

Vanno, inoltre, dalla data della presente sentenza e fino al soddisfacimento del credito erariale – come sopra individuato – esecutivamente vantato, corrisposti gli interessi legali di cui all’art. 1224 c.c, primo comma, in funzione risarcitoria ai fini di riequilibrio del patrimonio; interessi che non si cumulano con la rivalutazione monetaria ma si pongono in termini di alternatività perché connessi ad obbligazioni pecuniarie, tali essendo quelli nascenti dalla sentenza di condanna, che, liquidando il danno, ha convertito l’originario debito di valore in debito di valuta (Corte dei Conti, Sezioni Riunite 18 febbraio 1993 nn. 841,843 e 844) e reso, quindi applicabile l’art. 1224 c.c..

12.- Diversa è la posizione del dott. Luciano M..

Nei confronti di costui l’attore ha configurato con la domanda in questione una posizione particolare considerato che il M. ha partecipato in data 13.3.1984 al turno di guardia diurno della II^ clinica ostetrica e ginecologica dell’Università degli Studi "La Sapienza" di Roma in qualità di specializzando, per cui egli poteva svolgere solo attività assistenziale sotto la diretta, personale supervisione e responsabilità del personale medico strutturato.

Da ciò discende, come già evidenziato in precedenza, che sussiste nei suoi confronti la giurisdizione di questo giudice dal momento che anche i medici "specializzandi" vengono inseriti nell’apparato organizzativo dell’Amministrazione.

Infatti, essi sono resi partecipi dell’attività di quest’ultima e conseguentemente sono obbligati ad agire in conformità alle disposizioni vigenti in materia essendo sussistente il c.d. "rapporto di servizio" con l’Amministrazione in cui sono stati incardinati.

Il Collegio, tuttavia, nella vicenda esposta non ravvisa - allo stato degli atti – alcuna responsabilità perseguibile nei confronti del dott. Luciano M., il quale va, pertanto, assolto da ogni pretesa risarcitoria.

P.Q.M.

La Corte dei Conti

Sezione Giurisdizionale per la Regione Lazio, definitivamente pronunciando, respinta ogni contraria istanza ed eccezione,

CONDANNA

Gennaro M., Fabrizio DG., Giulio R., Antonio V. ed Emilio P., al pagamento – in parti uguali - beneficiario il Comune di Roma, della somma di lire 3.497.336.627(tremiliardiquattrocentonovantasettemilionitrecento-

trentaseimilaseicentoventisettelire).

Tale importo dovrà essere rivalutato fino alla data di deposito della presente sentenza e sulla somma complessiva dovranno essere corrisposti, dalla stessa data gli interessi legali fino all’intero soddisfo.

CONDANNA

altresì, i convenuti al pagamento delle spese di giudizio che fino alla data della presente sentenza vengono liquidate complessivamente in lire 7.279.240 (settemilioniduecentosettantano-

vemiladuecentoquarantalire).

ASSOLVE

dalla domanda attrice Luciano M. nei cui confronti sussistono giusti motivi per compensare le spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio del 5 ottobre 2000.

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